Uno yen in rialzo può iniziare come movimento valutario ma trasformarsi in una più ampia stretta di liquidità quando vengono ridotte le operazioni di carry trade a leva e si rimborsano i finanziamenti in yen. Non è un esito automatico: il differenziale dei tassi continua a favorire il carry, con il tasso di policy USA al 3,50–3,75% contro circa l’1% in Giappone, anche se lo scenario sta cambiando man mano che la Bank of Japan normalizza la politica monetaria. Sull’azionario, il principale canale di trasmissione è il deleveraging forzato: i fondi vendono per primi i “vincitori” più liquidi, anche se i fondamentali restano invariati, e i rendimenti per gli investitori non statunitensi possono inoltre risentirne se la forza dello yen evolvesse in una più ampia debolezza del dollaro USA. Un rialzo del 10% del prezzo di un’azione USA abbinato a un calo del 5% del dollaro lascia un rendimento di circa il 4,5% in euro.
Principali vulnerabilità del mercato
Emergono cinque linee di faglia: semiconduttori e memoria legati all’AI molto affollati; software costoso e titoli “momentum”; esportatori giapponesi sensibili agli effetti di conversione e alla competitività; small cap e ciclici a leva come il Russell 2000; e REIT sensibili ai tassi e titoli affini.
Indicatori da monitorare e recenti movimenti di mercato
Da monitorare l’apprezzamento dello yen insieme a una volatilità più elevata, l’indebolimento dei cross da carry come AUD/JPY, un peggioramento dell’ampiezza di mercato nei semiconduttori, spread creditizi più ampi, deflussi esteri dall’Asia, un calo più generalizzato del dollaro e rendimenti a lungo termine che restano elevati anche mentre le azioni scendono. Nell’agosto 2024, il TOPIX è sceso del 12% in un’unica seduta e l’S&P 500 ha perso il 3%, prima di rimbalzare con l’attenuarsi delle vendite forzate.
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