L’euro veniva scambiato intorno a 1,1380 giovedì, vicino ai minimi degli ultimi due mesi, dopo essere sceso di quasi il 2% in meno di due settimane. La pressione è arrivata da dati USA più solidi, dal rialzo dei rendimenti dei Treasury e da un rimbalzo del greggio. Le letture preliminari dell’indice S&P PMI negli Stati Uniti hanno mostrato un’espansione dell’attività economica al ritmo più rapido in oltre cinque anni, con occupazione e salari in aumento sostenuto mentre i prezzi degli input salivano insieme ai maggiori costi energetici.
Politica della Federal Reserve e rendimenti dei Treasury
I mercati hanno inoltre assimilato segnali di un ulteriore irrigidimento della Federal Reserve, con la politica monetaria incentrata sul ritorno dell’inflazione al 2%. Un’asta quinquennale dei Treasury USA accolta negativamente ha spinto i rendimenti al rialzo e il tasso di riferimento a 10 anni è salito sopra il 5% fino al 5,135%, il livello più alto in 19 anni, sostenendo il dollaro.
Prezzi del petrolio e prospettive di crescita dell’Eurozona
Il petrolio ha aggiunto un ulteriore elemento di pressione: i prezzi sono aumentati di circa il 5% dai minimi di martedì, con il Brent a 98,50 dollari e in avvicinamento a 100, una combinazione che può pesare sulla crescita dell’Eurozona complicando al contempo le prospettive per l’inflazione. La Fed tiene otto riunioni di politica monetaria l’anno tramite il FOMC, composto da 12 funzionari, e può ricorrere a QE o QT per influenzare le condizioni finanziarie e il dollaro.
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