L’Indice del Dollaro (DXY) si è mosso in area 102,25, restando contenuto sotto il massimo a 18 mesi di lunedì vicino a 102,50, nonostante i ripetuti richiami di esponenti della Fed a ulteriori strette. I futures prezzavano circa il 20% di probabilità di un rialzo il 28 ottobre e circa il 70% per il 9 dicembre, mentre i verbali del 15–16 settembre hanno mostrato che la maggior parte dei policymaker si attende ancora un ulteriore intervento entro fine anno. La proiezione mediana a fine 2026 al 4,1% indica un altro aumento di 25 punti base rispetto all’attuale 3,75%–4,00%, ma l’impulso dei tassi ha vacillato con il rendimento a due anni sceso al 4,75% dal 4,84% e il decennale in ripiegamento verso il 5,25%. Ora l’attenzione dei mercati si sposta sul CPI USA del 14 ottobre alle 12:30 GMT, con il core CPI atteso a +0,2% m/m e l’inflazione headline a +0,6% m/m, portando il tasso annuo al 3,6% dal 3,4%.
Dati di sentiment e movimenti valutari correlati
I dati di sentiment dell’Università del Michigan hanno mostrato una lettura preliminare di 46,3 contro una previsione di 47,6, mentre le aspettative d’inflazione a un anno sono salite al 4,7% e quelle a cinque anni al 3,5%. L’indice è risultato più reattivo alle perdite di 68,3 mila posti di lavoro in Canada, spingendo USD/CAD ai massimi a 18 mesi; il dollaro canadese rappresenta il 9,1% del DXY, mentre il peso dell’euro al 57,6% ha lasciato l’indicatore ancorato all’EUR/USD in area 1,1200. Oltre al CPI, lo stesso giorno è atteso il Beige Book alle 18:00 GMT; giovedì seguiranno PPI e vendite al dettaglio, con queste ultime viste in aumento dello 0,3% dopo l’1,2%. Tra i riferimenti tecnici citati figuravano resistenze a 102,50 e poi 103,00, e supporti a 102,00, 101,75 e 101,50, con lo Stoch RSI giornaliero vicino a 89 e in inversione al ribasso.
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