Il dollaro Usa si è irrobustito mentre i rendimenti dei Treasury hanno ricalibrato le aspettative sui tassi: il decennale ha toccato brevemente area 5,15%, un massimo che non si vedeva dal 2007, e il trentennale è salito su livelli assenti da oltre due decenni. Venerdì mattina, il Dollar Index si attestava intorno a 101,30–101,40, mentre l’EUR/USD scambiava in area 1,1380 e l’USD/JPY si avvicinava a 159,00; la sterlina restava vicina ai minimi di tre mesi. Il movimento riflette la divergenza tra la Federal Reserve e le altre banche centrali, ma al tempo stesso irrigidisce le condizioni finanziarie attraverso costi di finanziamento più elevati e valutazioni azionarie più difficili da sostenere, soprattutto se l’aumento dei rendimenti sulla parte lunga della curva è alimentato da incertezza sull’inflazione, timori fiscali o da un term premium più alto, più che da una crescita più robusta.
Sul fronte energia si aggiunge un ulteriore elemento di pressione, con il Brent tornato sopra i 100 dollari al barile, complicando le prospettive sull’inflazione anche perché i tassi non possono intervenire su shock dal lato dell’offerta. I dati Usa hanno confermato la tenuta dell’economia: il PMI composito preliminare è salito a 58,4 da 56 e le richieste iniziali di sussidio di disoccupazione sono scese a 197.000, elementi che possono tradursi in attese di tassi più alti più a lungo. Altrove, l’oro ha ripiegato verso 4.200–4.250 dollari l’oncia, poiché rendimenti e biglietto verde hanno aumentato il costo opportunità. I mercati guardano ora agli ordini di beni durevoli negli Stati Uniti e al dato finale sulla fiducia dell’Università del Michigan, in attesa dei verbali della Bank of Japan del 28 settembre.
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