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La Fed ha alzato i tassi: cosa significa la prossima mossa di Warsh per l’oro

by VT Markets
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Sep 17, 2026

Alla riunione del FOMC del 15–16 settembre, la Federal Reserve ha alzato di 25 punti base (cioè 0,25 punti percentuali) l’intervallo obiettivo dei federal funds al 3,75%–4,00%. I federal funds sono i tassi a cui le banche statunitensi si prestano liquidità a brevissimo termine e sono il riferimento principale della politica monetaria USA.

La decisione è stata unanime: tutti i 12 membri con diritto di voto hanno sostenuto l’aumento. È stato il primo rialzo dei tassi sotto la guida del presidente della Fed Kevin Warsh e il primo incremento dopo oltre tre anni.

La mossa era in gran parte già attesa dai mercati, quindi il rialzo in sé non è stata la sorpresa principale. Il segnale più rilevante è arrivato dalle nuove previsioni economiche della Fed e dai commenti di Warsh su inflazione e politica monetaria (cioè le decisioni sui tassi e sulla liquidità).

Il messaggio è chiaro: la Fed non considera il rialzo di settembre un intervento isolato. I decisori restano preoccupati per l’inflazione e lasciano aperta la possibilità di ulteriori aumenti dei tassi (un ulteriore “inasprimento” della politica monetaria).

Perché la Fed ha alzato i tassi?

L’inflazione resta sopra l’obiettivo del 2% della Fed e i dati recenti indicano che i prezzi non stanno rallentando quanto sperato. Ad agosto l’CPI (indice dei prezzi al consumo) “headline”, cioè il dato complessivo, è rimasto al 3,4% su base annua; il core CPI, che esclude le componenti più volatili come energia e alimentari per leggere meglio la tendenza di fondo, è salito dello 0,3% su base mensile. Anche l’energia aumenta l’incertezza: il petrolio resta sopra i 100 dollari al barile, tra tensioni geopolitiche e problemi di offerta globale.

Le proiezioni della Fed riflettono queste preoccupazioni. La stima mediana dell’inflazione PCE (indice dei prezzi basato sui consumi, il preferito dalla Fed perché copre in modo più ampio le spese delle famiglie) per il 2026 è stata rivista al rialzo a 3,7% dal 3,6% di giugno, mentre l’inflazione core PCE (la versione “depurata” dalle voci più volatili) è vista al 3,4%.

Allo stesso tempo, l’economia appare resistente. La Fed ha alzato la previsione mediana di crescita del PIL (Prodotto interno lordo) 2026 a 2,3% dal 2,2% e ha ridotto la stima del tasso di disoccupazione a 4,1% dal 4,3%. Questo dà alla banca centrale più spazio per concentrarsi sull’inflazione senza dover reagire a un peggioramento marcato del mercato del lavoro.

In conferenza stampa, Warsh ha ribadito che l’inflazione resta troppo alta e che la sua tendenza di fondo non è migliorata in modo significativo.

Il segnale più importante: un altro rialzo resta possibile

Il punto chiave della riunione di settembre potrebbe non essere il rialzo di 25 punti base, ma il percorso dei tassi indicato dalla Fed.

Il Summary of Economic Projections (il documento con le previsioni ufficiali dei membri della Fed) indica un 4,1% come tasso mediano dei federal funds a fine 2026, rispetto al 3,8% stimato a giugno. Con l’intervallo attuale a 3,75%–4,00%, questa traiettoria è coerente con un ulteriore aumento di 25 punti base entro fine anno.

La distribuzione delle stime individuali mostra però che non c’è pieno allineamento: dodici partecipanti vedono un tasso di fine anno intorno a 4,125%, quattro indicano 4,375% e due 3,875%. Questo rende la riunione di dicembre un passaggio importante per i mercati.

La domanda centrale è se l’inflazione resterà abbastanza forte da giustificare un altro intervento. I dati in arrivo su CPI, PCE, mercato del lavoro e prezzi dell’energia potrebbero quindi influenzare in modo significativo le attese sui tassi nei prossimi mesi.

Cosa dicono le indicazioni di Warsh?

I commenti di Warsh dopo la riunione hanno confermato la priorità della stabilità dei prezzi: l’inflazione resta l’elemento decisivo per stabilire quanto restrittiva (cioè “stretta”) debba rimanere la politica monetaria.

Nel comunicato del FOMC si afferma che l’inflazione resta elevata e che l’ultima decisione dovrebbe favorire un ritorno più rapido all’obiettivo del 2%. In pratica, la Fed considera l’inflazione abbastanza persistente da richiedere tassi più alti per frenare la domanda (consumi e investimenti).

Warsh ha anche respinto l’idea che la decisione sia stata solo una risposta alle pressioni dei mercati finanziari. Ha richiamato l’attenzione sui trend dell’economia reale e ha ribadito l’impegno della banca centrale a riportare l’inflazione sotto controllo.

Per i mercati il quadro è semplice: se l’inflazione resta “appiccicosa” (fatica a scendere), un altro rialzo è possibile, soprattutto se crescita e occupazione tengono. Se invece l’inflazione rallenta in modo evidente, la Fed potrebbe fermarsi e valutare gli effetti dei rialzi già fatti.

La riunione di settembre sposta quindi l’attenzione sui dati da qui a dicembre, più che chiudere definitivamente il ciclo di rialzi. I mercati confronteranno ogni uscita importante su inflazione e lavoro con le nuove proiezioni della Fed.

Cosa significa per il dollaro USA?

La reazione immediata ha riflesso un’impostazione più “hawkish”, cioè più orientata a contrastare l’inflazione con tassi alti: il mix tra rialzo di 25 punti base, stime d’inflazione elevate e possibilità di un altro aumento ha sostenuto il dollaro e ha spinto al rialzo i rendimenti dei Treasury. I Treasury sono i titoli di Stato USA; i loro rendimenti sono il tasso implicito che il mercato richiede per detenerli. Dopo la decisione, le azioni sono scese e il rendimento del Treasury a due anni è salito, perché gli investitori hanno rivisto le attese sul percorso dei tassi.

Per il dollaro, il prossimo driver sarà se i dati macro continueranno a giustificare il percorso previsto dalla Fed. Inflazione o attività economica più forti possono rafforzare le attese di un altro rialzo; dati più deboli possono ridurre la necessità percepita di ulteriori aumenti.

Un’inflazione persistentemente alta o dati economici sopra le attese possono quindi rafforzare l’ipotesi di un altro rialzo e sostenere ancora il dollaro. Al contrario, inflazione in calo e attività più debole possono ridurre le aspettative di ulteriore stretta, soprattutto se la Fed dà più peso agli effetti dei rialzi già realizzati.

DXY e rendimenti dei Treasury, soprattutto sulla parte “breve” della curva (scadenze ravvicinate, più sensibili alle mosse della Fed), restano segnali utili per capire come cambiano le aspettative. Il DXY è l’indice che misura il dollaro contro un paniere di principali valute.

Cosa significa per l’oro?

L’oro ha subito pressione subito dopo la decisione del FOMC, mentre gli operatori ricalcolavano le prospettive su tassi, dollaro e rendimenti dei Treasury. L’oro spot (prezzo “a pronti”, cioè per consegna immediata) è sceso di oltre 1%, arrivando brevemente intorno a 4.240 dollari l’oncia dopo aver scambiato sopra 4.365 nella seduta. Il calo è coinciso con un dollaro più forte e con l’aspettativa che la Fed possa alzare ancora i tassi entro fine anno.

La reazione mette in evidenza il legame tra politica monetaria, rendimenti e oro. Tassi più alti aumentano il “costo opportunità” di detenere un asset come l’oro che non paga interessi: significa rinunciare a rendimenti ottenibili altrove. Inoltre, un dollaro più forte rende l’oro più caro per chi compra con altre valute.

Il rapporto però non è automatico: l’oro può essere sostenuto dalla domanda di bene rifugio, dall’incertezza geopolitica e dai timori d’inflazione. Quindi tassi alti non implicano necessariamente un calo duraturo del metallo.

Uno schema pratico da seguire è:

Politica Fed → rendimenti Treasury → USD → oro

Se la Fed continua a segnalare tassi più alti e rendimenti e dollaro salgono, l’insieme può creare altri ostacoli per l’oro. Se invece i dati peggiorano e le aspettative sui tassi si attenuano, quelle pressioni possono ridursi.

Conclusione

La riunione di settembre del FOMC ha chiarito la prima decisione sui tassi sotto Kevin Warsh. La Fed ha alzato i tassi di 25 punti base fino a 3,75%–4,00% e le nuove proiezioni indicano un tasso mediano di fine 2026 al 4,1%, con attese d’inflazione più alte per il 2026.

Il messaggio non è che un altro rialzo sia certo. La Fed mantiene però l’opzione di ulteriore stretta se l’inflazione resterà elevata e l’economia continuerà a reggere.

Per i mercati, l’attenzione passa dalla decisione di settembre ai dati che diranno se un’altra mossa è giustificata. Per l’oro, i segnali principali da seguire sono inflazione USA, rendimenti dei Treasury e dollaro, perché influenzano le aspettative sulla prossima politica della Fed e la direzione del metallo.

Domande frequenti (FAQ)

Perché la Fed ha deciso di alzare i tassi?

La Federal Reserve ha alzato i tassi per frenare un’inflazione ancora alta, sopra l’obiettivo del 2%. Anche i prezzi dell’energia sostenuti mantengono elevate le aspettative d’inflazione, cioè ciò che famiglie e imprese si attendono per l’andamento dei prezzi.

Come incide un rialzo dei tassi della Fed sul prezzo dell’oro?

I rialzi tendono a far salire i rendimenti dei Treasury e il dollaro. Questo aumenta il costo opportunità di detenere asset senza interessi come l’oro e di solito esercita pressione al ribasso sui prezzi.

La Federal Reserve alzerà ancora i tassi quest’anno? Le proiezioni di settembre indicano un obiettivo mediano di fine anno al 4,1%, che lascia spazio a un ulteriore rialzo di 25 punti base, a seconda dei dati economici.

Quali indicatori dovrebbero monitorare i trader sull’oro dopo un rialzo dei tassi?

È utile seguire i dati su inflazione CPI e PCE, i report sull’occupazione (in particolare i non-farm payrolls, cioè i nuovi posti di lavoro negli USA escluso il settore agricolo), i movimenti del rendimento del Treasury decennale e le variazioni dell’US Dollar Index (DXY).

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