Il Brent è tornato sopra i 100 dollari al barile dopo aver trascorso oltre tre mesi al di sotto di tale livello, con i prezzi influenzati dalla riduzione delle scorte globali e dalle importazioni cinesi, da rotte di approvvigionamento alternative, da una produzione più robusta al di fuori dell’OPEC+ e dalle precedenti aspettative di de-escalation in Medio Oriente. Le rinnovate ostilità che coinvolgono Stati Uniti e Iran, insieme agli attacchi degli Houthi yemeniti contro le infrastrutture petrolifere saudite, hanno riportato l’attenzione sul rischio di interruzioni e su un possibile ritorno verso il massimo di aprile, poco sopra 126 dollari.
Gli indicatori su offerta e flussi segnalano condizioni più tese. Nonostante l’aumento della produzione negli Stati Uniti, in Canada e in Guyana, l’IEA prevede un calo dell’offerta di 4,3 milioni di barili al giorno, pari a circa il 4%, entro il 2026; inoltre, un sondaggio Bloomberg mostra la produzione OPEC+ in diminuzione di 0,9 milioni di barili al giorno a 19,9 milioni di barili al giorno in agosto, con poco più di 1 milione di barili al giorno di deficit attribuito all’Arabia Saudita. Il transito attraverso lo Stretto di Hormuz viene descritto come prossimo allo zero; l’8 settembre sono passate sei petroliere contro le nove del giorno precedente e una media a 10 giorni di 12, anche mentre l’Iran riferisce di piani per un accordo con l’Oman sul passaggio in sicurezza. Anche la domanda si è rafforzata, con le importazioni cinesi di agosto a 37,9 milioni di tonnellate (8,93 milioni di barili al giorno), in aumento del 6,2% rispetto a luglio dopo che gli acquisti precedenti erano scesi ai minimi dal 2017. Le proiezioni di prezzo includono 120 dollari nel 2027 da Goldman Sachs, 120 dollari già nel 2026 da Bank of America, un intervallo 95–125 dollari entro fine dicembre e, nello scenario ribassista, un picco di 150 dollari.
Strategie di trading per contesti di prezzi del petrolio più elevati
Riteniamo che i trader in derivati dovrebbero posizionarsi per una fase rialzista sostenuta concentrandosi su opzioni call a lunga scadenza. Con il Brent che ha già superato la soglia psicologica dei 100 dollari, l’acquisto di call con strike compresi tra 115 e 125 dollari con scadenza dicembre 2026 offre un rapporto rischio-rendimento interessante. Questo approccio consente di catturare il potenziale rialzo legato all’aggravarsi della crisi in Medio Oriente, limitando al contempo il rischio di ribasso.
Dato il drastico calo del transito nello Stretto di Hormuz — sceso a sole sei petroliere ieri rispetto alla media a dieci giorni di dodici — la volatilità di mercato è destinata ad aumentare. Raccomandiamo l’utilizzo di strategie long straddle o strangle per beneficiare di queste ampie oscillazioni di prezzo. Storicamente, durante shock petroliferi passati come nel 2022, il Crude Oil Volatility Index è raddoppiato nel giro di poche settimane, dinamica che ci aspettiamo possa ripetersi con l’inasprirsi dei vincoli sulle rotte di approvvigionamento.
Gestione del rischio e coperture di portafoglio
Dobbiamo anche monitorare da vicino la ripresa dell’appetito cinese, che ha portato le importazioni a balzare del 6,2% a 8,93 milioni di barili al giorno. Per coprirsi da improvvisi cambi di policy o da dati macroeconomici in arrivo da Pechino, i trader dovrebbero valutare i crack spread, in particolare operando sul margine tra greggio e prodotti raffinati. L’acquisto di futures sul Brent e, simultaneamente, la vendita di futures sui carburanti può proteggere i portafogli dai colli di bottiglia nella raffinazione.
Per chi opera direttamente sui futures, andare long sui contratti Brent resta il modo più diretto per cavalcare questa onda geopolitica verso l’obiettivo di 120 dollari. Tuttavia, a causa del rischio estremo di improvvise notizie di de-escalation, è necessario applicare trailing stop-loss rigorosi. Il rischio che il Brent possa impennarsi fino a 150 dollari nello scenario peggiore rende le posizioni short troppo pericolose nelle prossime settimane.
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