Una serie di prezzi per una lattina di zuppa di pomodoro Campbell’s viene descritta come sostanzialmente stabile fino a circa il 1973, per poi aumentare più rapidamente, nel contesto della decisione degli Stati Uniti di porre fine nel 1971 all’ultimo legame del dollaro con il gold standard. Utilizzando i dati del Consumer Price Index del Bureau of Labor Statistics, il testo afferma che il dollaro avrebbe perso circa l’88% del suo valore da quella decisione, mentre il prezzo dell’oro in dollari sarebbe passato da 35 dollari l’oncia a circa 4.000. Si sostiene inoltre che le retribuzioni siano aumentate nel tempo, ma si inquadra la crescita dei redditi come in ritardo rispetto ai prezzi.
Sulle condizioni attuali, il pezzo afferma che da gennaio 2021 i prezzi sono in aumento tra il 23,6% e il 27,1%, a seconda della metrica utilizzata, e che l’ultimo CPI mostra un’inflazione del 3,5% nell’ultimo anno rispetto a un obiettivo del 2%. Riporta un calcolo alternativo basato sui dati per singola voce del BLS per un paniere di 25 beni su cinque anni, che quantifica l’inflazione al 29,3%, con variazioni del 105,4% per il caffè macinato, del 52,8% per la farina multiuso e per la carne macinata di manzo (ground chuck), del 50,8% per lo zucchero bianco e del 40,0% per il riso a chicco lungo; il bacon viene citato come l’unico articolo in calo rispetto a cinque anni fa. Viene inoltre richiamato un tasso di riferimento annuo del 2% e una tesi secondo cui vi sarebbe una perdita di potere d’acquisto superiore al 10% ogni cinque anni.
Inflazione persistente e il suo impatto sul dollaro USA
Stiamo vedendo in prima persona come l’inflazione continui a erodere silenziosamente il potere d’acquisto del dollaro statunitense, ben oltre quanto suggeriscano le metriche ufficiali del governo. Mentre le letture ufficiali del CPI a metà 2026 restano ostinatamente sopra il 3%, il vero costo della vita per la “Main Street” racconta una storia di svalutazione molto più aggressiva. Come trader di derivati, dobbiamo riconoscere che detenere liquidità inattiva in questo contesto è una strategia perdente e posizionare rapidamente i portafogli per beneficiare di questo declino.
L’oro ha recentemente proseguito la sua corsa storica, scambiando stabilmente sopra i 2.400 dollari l’oncia, mentre gli investitori fuggono dagli asset “cartacei”. Con la Federal Reserve ancora in difficoltà nel riportare l’inflazione verso il target, il mercato delle opzioni sta iniziando a prezzare uno stato più permanente di svalutazione monetaria. Nelle prossime settimane dovremmo rispondere utilizzando call di lunga scadenza sugli ETF su oro e argento per catturare questo costante momentum rialzista.
Strategie di trading in un contesto di svalutazione valutaria
Da quando nel 1971 è stato reciso l’ultimo legame del dollaro con l’oro, il biglietto verde ha perso la gran parte del suo valore, un trend che oggi si intensifica ulteriormente con l’impennata del debito nazionale. Per capitalizzare questa debolezza strutturale, possiamo implementare bull call spread sui principali minerari dei metalli preziosi oppure accumulare posizioni lunghe su contratti futures. I dati storici mostrano che, nei periodi di prolungato deterioramento delle valute fiat, i derivati legati alle materie prime sovraperformano in modo netto gli asset tradizionali a reddito fisso.
Nel breve termine, dovremmo anche valutare lo short sull’U.S. Dollar Index (DXY) tramite opzioni put, mentre i mercati globali cercano alternative più sicure. La volatilità implicita nello spazio delle materie prime resta relativamente a buon mercato rispetto ai forti rialzi dei prezzi che osserviamo nei beni di consumo quotidiani nei negozi fisici. Acquistare ora LEAPS out-of-the-money su hard asset ci consentirà di amplificare i rendimenti proteggendo al contempo il patrimonio di base dall’inevitabile erosione del dollaro.
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